Polizze vita a rischio inganno
Dallo scandalo Lehman alla prima sentenza di ingiunzione contro Cnp Vita

di Paola Rinaldi

Meglio essere cicale oppure formiche? Gli italiani alzano la mano e votano per le seconde, rivelandosi i più risparmiatori d’Europa. Ma le briciole accumulate rischiano di essere spazzate via da vicende poco edificanti, di cui spesso non si parla, eppure toccano da vicino milioni di persone. Proprio in questi giorni è arrivata la prima vittoria nella vicenda polizze Cnp Vita del gruppo Unicredit, collegate a titoli emessi dalla Lehman Brothers, la banca americana che a settembre 2008 aveva decretato il suo fallimento. Ai tempi, gli istituti bancari avevano giustificato la loro impossibilità nel restituire i premi versati con la perdita di questi capitali nei diversi default. Ma il tribunale di Milano, lo scorso dicembre, ha inferto il primo colpo, stabilendo che a fare le spese del tracollo non dovevano essere i risparmiatori.

Tra i primi a godere di questa vittoria c’è un cliente dell’avvocato Paolo Righini, che pochi giorni fa ha ottenuto dal tribunale di Parma la provvisoria esecutività del decreto ingiuntivo (datato giugno 2009) che condanna Cnp Vita a restituire all’assicurato il capitale versato come premio. E questo nonostante Cnp avesse mosso opposizione.

La polizza vita. Disciplinata dall’articolo 1882 del codice civile, è un contratto di assicurazione che, nel suo concetto originario, vede impegnarsi il capofamiglia a garantire il benessere dei propri congiunti anche in caso di morte. Per farlo, viene versato un premio alla propria assicurazione che, da parte sua, si impegna a rendere una somma al termine di una scadenza pattuita (nel caso in cui l’assicurato sia ancora in vita) oppure a provvedere al sostentamento dei familiari a carico (in caso di decesso prima della data prestabilita).

Quello delle polizze vita, in realtà, costituisce un arcipelago di possibilità, che negli anni le ha viste tramutarsi in prodotti finanziari a tutti gli effetti. In particolare, le cosiddette polizze index linked sono contratti il cui rendimento è legato agli indici di alcuni mercati borsistici. “Il premio versato – spiega l’avvocato Paolo Righini, esperto in diritto finanziario – viene messo in una gestione separata e usato per compiere degli investimenti”.

Investimento in titoli. Il valore della polizza (quindi il valore del premio e il versamento degli interessi) è determinato dall’andamento di un paniere di titoli che vengono elencati nel contratto. “La società non è tenuta a dire come e dove verranno investiti i nostri soldi – specifica Righini – Il suo unico impegno è quello di restituire, al termine del contratto, una somma maggiorata degli interessi stabilita dal valore dei titoli che vengono elencati”. Quindi, perché tutto vada bene, il mercato azionario deve avere indici positivi.

A ben guardare, la garanzia assicurativa appare inconsistente. Mentre nel caso di un’altra forma di assicurazione, ad esempio quella auto, a fronte del premio viene garantito un rischio legato ai sinistri, nel caso delle polizze vita non esiste una vera e propria alea, ovvero l’incertezza dell’assicurazione rispetto a un rischio. “L’unica situazione – precisa Righini – è quella in cui muoia l’assicurato. A quel punto, la somma versata a titolo di premio va restituita ai beneficiari insieme a una minima percentuale in più. Ma è questo l’unico elemento che lega il contratto al ramo assicurativo anziché renderlo un prodotto finanziario al 100 per cento”.

Le riserve matematiche. Trattandosi comunque di un contratto assicurativo, valgono tutte le regole del settore. Ogni compagnia deve accantonare delle riserve matematiche, ovvero degli importi che servono a far fronte agli obblighi assunti verso gli assicurati. Queste riserve matematiche, applicando i moltiplicatori stabiliti dallo Stato per questo ramo di attività, devono essere investite in titoli oppure in corporate bond con rating AAA, che quindi assicurino la solvibilità. Secondo questo meccanismo, in genere, gli istituti di credito investono le somme accantonate in titoli particolarmente vantaggiosi, appartenenti a Stati solidi oppure ad aziende molto remunerative.

Il caso Lehman. Sfatando ogni calcolo, si sono verificati casi – quello di Cnp Vita, appunto, in buona compagnia con Zurich Life Insurance, Mediolanum, Allianz, Aurora, Axa, Fondiaria-Sai e numerose altre compagnie italiane  – in cui le aziende di cui erano stati acquistati i titoli hanno subito un tracollo finanziario e si è arrivati a un default. A ciò si aggiunge il fatto che, nei contratti di quelle polizze, veniva stabilito che la restituzione del premio sottostava al buon andamento delle imprese in questione.

“Ci sono molti dubbi nell’affermare che questa sia una clausola legale – riprende Righini – dal momento che la ratio legis sulla costituzione delle riserve matematiche si prefiggeva lo scopo di rafforzare sotto il profilo patrimoniale il soggetto debitore, cioè l’assicurazione, e non di mettere in difficoltà l’assicurato”. In più, se si legge una delle note informative di quelle polizze, si apprende che, ad essere stati investiti nei titoli poi andati in default, non sono i premi raccolti, bensì le riserve matematiche. “Di conseguenza, non c’è motivo perché debbano essere gli assicurati a fare le spese di un cattivo investimento da parte della società emittente la polizza”.

Cosa fare. Per le assicurazioni “in bonis” (ovvero che non hanno problemi di solvibilità) ancora in vigore, va presa in considerazione la nota informativa per verificare la convenienza ad uscire o meno, valutando altre forme di investimento sicure che possono essere controllate. Per chi invece si trova in possesso di una polizza “saltata” per le problematiche di default, è necessario fare un passo indietro.

Quando Lehman e le banche islandesi hanno subito il tracollo, le società di assicurazione hanno inviato delle lettere a tutti i loro clienti in cui, oltre a spiegare la situazione, veniva paventata la speranza di riavere per lo meno il proprio capitale nel 2017, a patto di rinnovare il vecchio contratto stipulandone uno nuovo. “In questo modo, Cnp Vita e le altre aziende che operano nel settore hanno dato per scontato che, a fare le spese del fallimento, sarebbero dovuti essere gli assicurati”. Il tribunale di Milano, però, con un’ordinanza del 21 dicembre 2009, ha decretato che non era così.

Quindi, chi ha accettato di passare a una nuova polizza lo ha fatto sulla base di un vizio della volontà, un errore in cui è stato indotto dalla propria controparte negoziale. “Di qui la possibilità di annullare il nuovo contratto e tornare a pretendere la restituzione delle somme versate, in base alla vecchia polizza, interpretata però come sostiene il tribunale di Milano”. Per ridurre notevolmente i costi, si può mettere in piedi una causa collettiva contro le singole società assicurative, affidandosi a un avvocato esperto di materie finanziarie.

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