14 febbraio 2009
La Gazzetta di Parma

DIRITTO: LE AZIENDE TEMONO LA STRETTA SUI FINANZIAMENTI. ACCESO DIBATTITO TRA I TRIBUNALI E TRA I GIURISTI

Il vento della crisi soffia sul credito. E le aziende temono la stretta sui finanziamenti. Ecco perché, nel contesto attuale, si amplifica l’interesse su alcune tematiche nevralgiche per il sistema produttivo. E si accende il dibattito tra i tribunali e tra gli studiosi del diritto. Un esempio è la revoca degli affidamenti alle imprese.

L’apertura di credito, comunemente chiamata fido, è un contratto con il quale la banca tiene a disposizione del cliente una determinata somma di denaro, che l’accreditato può utilizzare in più volte e ripristinare attraverso successivi prelievi e versamenti. Se il contratto ha un termine, la banca non può recedere prima della scadenza se non per giusta causa e non senza aver concesso un termine di almeno 15 giorni per la restituzione delle somme utilizzate e dei relativi interessi (art.1845 Codice civile).

Se, come comunemente accade, il contratto è a tempo indeterminato, la banca può decidere di recedere in qualsiasi momento, applicando il preavviso stabilito dal contratto (art. 1845 Codice civile, ultimo comma), che è quasi sempre di un solo giorno.

Revoca non sempre legittima
Non sempre il comportamento della banca può essere considerato legittimo.
«Le linee di credito concesse da un istituto possono essere revocate solo quando il cliente è diventato un debitore non affidabile, perché ha ricevuto la notifica di decreti ingiuntivi, ha subito protesti, pignoramenti, l’iscrizione di ipoteche – spiega l’avvocato Paolo Righini, esperto in diritto finanziario -. Se invece opera normalmente, magari sforando un po’ dalle linee di fido, non è lecito revocarle». Cosa succede se la banca procede comunque? «Dovrà risarcire i danni provocati, magari dal fallimento che ne è seguito – risponde l’avvocato Righini -. Lo ha stabilito di recente la Corte di Cassazione, sostenendo che la revoca degli affidamenti immotivata rappresenta un’ipotesi di violazione dell’obbligo di buona fede negoziale». Recita così l’articolo 1375 del Codice civile.

Il precedente di Catania
A questo punto si apre la vera disputa. È possibile obbligare la banca a continuare a fare credito, chiedendo al giudice di ordinarglielo? «Su questo punto, l’unica decisione che si registra, è quella del tribunale di Catania – precisa l’esperto – che nel 2004 nella causa tra Società Latte Sole (controllata Parmalat) e Banca Antonveneta , rispose negativamente». Un parere che l’avvocato Righini non condivide. «Sono convinto che questo tabù stia per cadere. Ci sono moltissime altre sentenze, ad esempio nel caso in cui viene ordinato alle banche il ritiro della segnalazione alla centrale rischi di un cliente quando appare ingiustificata, che impongono agli istituti di credito un “facere infungibile”, cioè tenere una condotta rispettosa del principio di questo diritto, anche se di difficile esecuzione in forma coattiva, cioè tramite ufficiale giudiziario». E allora? «Bisogna provare a fare la causa per evitare che il danno si formi, poi si vedrà. Infatti dipende dal singolo tribunale. E aggiunge per chi non lo sapesse: «La richiesta di rientrare dai fidi comunicata via telefono non è valida: i contratti bancari, e quindi anche l’apertura di credito, devono essere nero su bianco (tribunale Torino, 13 gennaio 2003). Fino a quando non arriva una lettera, è come se niente fosse avvenuto».

Se il fido è per la casa
Non ci sono, invece, buone notizie, nel caso venga revocato un fido acceso per l’acquisto della casa.
«Mi hanno contattato diverse persone che hanno un mutuo da pagare e non riescono più, magari anche solo temporaneamente a far fronte alle rate – spiega l’avvocato Giovanni Franchi, legale di ConfConsumatori -. In Italia ci sono regole ferree al momento della concessione del fido e altrettanto avviene in caso di mancato pagamento.
Dal punto di vista giuridico, infatti, basta essere inadempienti, anche per una sola rata, per far scattare la revoca. Se le regole vengono applicate alla lettera la causa è praticamente insostenibile: solo il legislatore può intervenire in aiuto di questi cittadini in difficoltà, consentendo una sospensione temporanea dei pagamenti o il passaggio a tassi più agevolati».

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