La Corte di Cassazione con la recente sentenza n° 18039/12, ribalta due gradi di giudizio (Tribunale Lodi e Corte d’Appello Milano), all’esito dei quali il risparmiatore aveva visto respingere la domanda di reintegro delle somme impiegate per l’acquisto di titoli il cui emittente era poi caduto in default.

L’articolata decisione, che si allega, fissa due principi di sicuro interesse ed alquanto nuovi, almeno per la giurisprudenza di legittimità, oltre a rimarcare un aspetto già noto e pacifico, anche per la giurisprudenza di merito:

1) L’onere di dimostrare di avere assolto agli obblighi di legge di informarsi sulle caratteristiche del proprio cliente, nonché su quelle dei titoli negoziati con il medesimo, grava sulla banca. In mancanza di prova positiva sul punto, si deve ritenere ex lege (art. 23, comma 6° T.U.F.) che vi sia stato inadempimento da parte dell’intermediario finanziario, il quale, per tale fatto soltanto, dovrà essere condannato al risarcimento del danno, dato che, il nesso di causalità tra inadempimento e danno deve considerarsi sussistere in re ipsa.

2) Quando ad essere negoziati sono titoli riservati ad investitori istituzionali, in periodo di grey market, cioé prima dell’emissione formale degli stessi nonché in assenza di offering circular che ne illustra le caratteristiche, la banca deve utilizzare massima cautela nel negoziarli con i clienti retail, considerata la pericolosità intrinseca di tali prodotti finanziari, derivata dalla carenza di informazioni ufficiali sui medesimi.

3) Il fatto che il cliente si sia rifiutato di fornire le informazioni richieste al momento della conclusione del contratto di negoziazione titoli, non esonera l’intermediario dal valutare l’adeguatezza del prodotto finanziario da negoziarsi, facendo ricorso a criteri generali di correttezza e trasparenza, con riferimento a tutte le informazioni in possesso sul risparmiatore, come età, grado di istruzione, professione, presumibile propensione al rischio sulla base degli investimenti pregressi.

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