Mutui e finanziamenti a tasso variabile indicizzato all’Euribor:

Mutui e finanziamenti a tasso variabile indicizzato all’Euribor:

Oramai è assolutamente certo che il tasso Euribor pubblicato per gli anni che vanno dal 2005 al 2011 sia stato manipolato.

Detta manipolazione, in un primo tempo, cioé fino al 2008, è stata attuata alternativamente al rialzo piuttosto che al ribasso (vedi sanzione atitrust europea allegata), allo scopo di lucrare sui contratti derivati; però, dopo il fallimento Lehman, il tasso Euribor è stato manipolato costantemente al ribasso. Probabilmente, questo è avvenuto per ingenerare una fiducia maggiore di quanto sarebbe stato “il giusto” nel sistema bancario mondiale.

Per tale motivo, gli utili delle banche italiane, estranee – questo va detto chiaro – alla manipolazione, si sono contratti ed, addirittura, c’è chi dice che il fallimento di Etruria, Ferrara, ecc. sarebbe stato evitato, in assenza di detta manipolazione: tali banche, infatti, potendo praticare un tasso Euribor reale e non “ribassato”, avrebbero beneficiato di un maggior gettito dai prestiti erogati.

Ma – e qui veniamo all’aspetto civilistico della vicenda – la clausola che stabilisce l’entità degli interessi da versarsi agli istituti di credito in cambio dei prestiti accordati, essendo stato manipolato il valore di riferimento su cui si fonda, cioé l’Euribor, che fine fa?

Al momento, svariati Tribunali (in calce qui due link per visionare alcune Ordinanze) si stanno chiedendo se dette clausole possano considerarsi operative, o, piuttosto, non debbano venire sotituite con il tasso, per l’appunto, detto “di sostituzione”, che fa riferimento ai tassi di interesse minimi registrati per i titoli di Stato.

In questo caso, i clienti delle banche avrebbero diritto ad un riconteggio dei rapporti dare avere dei rapporti in essere ed anche definiti, sicuramente a loro favorevole.

Questo studio si sta occupando a fondo della questione e può senz’altro prestare consulenza specifica in proposito.

http://www.ilcaso.it/giurisprudenza/archivio/17529.pdf

http://www.ilcaso.it/giurisprudenza/archivio/18451.pdf

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Sarà INTESA a risarcire gli azionisti di Popolare di Vicenza e Veneto Banca?

Sarà INTESA a risarcire gli azionisti di Popolare di Vicenza e Veneto Banca?

Lo “scudo” normativo che INTESA aveva chiesto venisse approntato come condizione per assumersi il “fardello” di Popolare di Vicenza e Veneto Banca, per la prima volta in sede civile, sembra presentare lacune.

Già, quando il GIP di Roma, poche settimane or sono, aveva autorizzato la chiamata in causa della banca cessionaria, quale responsabile civile, nella vertenza penale che si stava celebrando per i reati commessi dagli ex amministratori delle banche venete, erano sorte le prima perplessità in ordine alla tenuta della “protezione” approntata da Banca d’Italia e dal Governo, ora, tuttavia, davanti alla pronuncia civile che qui si pubblica, la struttura ideata a suo tempo traballa vistosamente e non pare proprio idonea a rendere INTESA immune dalle cause risarcitorie radicate dagli azionisti retail  per gli investimenti “traditi”.

Certamente, la decisione verrà impugnata, per cui, al momento attuale, sarebbe imprudente parlare di una tendenza vera e propria dei Tribunali favorevole ai risparmiatori. Questo, tuttavia, non toglie l’importanza a tale arresto, il quale, peraltro, si fonda su una motivazione attentamente argomentata.

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Il tasso minimo garantito in favore della banca è illegittimo.

Il tasso minimo garantito in favore della banca è illegittimo.

La sentenza del Tribunale di Udine n° 850/2017 R.Sent. sancisce la nullità di una clausola floor (letteralmente “pavimento”), introdotta in un contratto di finanziamento a tasso variabile (nella specie si trattava di un leasing, ma lo stesso vale per i mutui ed ogni altro finanziamento), la quale, a danno del cliente, fissa una soglia minima del tasso di interesse passivo, al di sotto del quale non si può scendere, anche abbassandosi il tasso di riferimento (euribor).

In questo caso, riconosciuta, in detta clausola, la figura del “derivato implicito” (embedded) ne viene sancita l’illiceità (in chiave di nullità), per contrasto con l’art. 117 comma 4° TUB, che impone l’indicazione del tasso ed ogni altro prezzo e condizione praticata, nonché del provvedimento, in vigore dall’1.10.2003, della Banca d’Italia, denominato: “Trasparenza delle operazioni e dei servizi degli intermediari finanziari”, secondo il quale,  (Sez. III par. 3): “Nel caso in cui alcuni degli elementi che concorrono alla determinazione del costo complessivo dell’operazione dipendano dalla quotazione di titoli o dall’andamento di valute, ovvero non siano comunque individuabili al momento della redazione del contratto scritto, nello stesso devono essere indicati in ogni caso gli elementi per la determinazione delle suddette componenti di costo”.

I costi assicurativi fanno parte del TAEG

I costi assicurativi fanno parte del TAEG

La condotta della banca, che concede un prestito (mutuo) indicando nel contratto un Tasso Annuo Effettivo Globale (TAEG), oppure un Indice Sintetico di Costo (ISC) calcolato senza tener conto dei costi generati dall’assicurazione sulla vita della persona finanziata (premio assicurativo da pagare per tutta la durata del mutuo), porta all’applicazione dell’art.125 bis del TUB che, al comma 6, prevede la nullità delle clausole relative a costi a carico del consumatore non inclusi o non correttamente inclusi nel TAEG pubblicizzato.

La sanzione prevista consiste nell’applicazione al prestito del tasso legale sostitutivo, cioé del tasso nominale minimo dei BOT che è sempre di molto inferiore al tasso stabilito nel contratto.

In pratica, si può ottenere la driduzione dell’entità della rata in scadenza, se il mutuo è ancora in essere, oppure il diritto ad ottenere la restituzione delle somme pagate in eccedenza, se il mutuo si è estinto.

Quanto sopra vale solo per i prestiti ottenuti da persone fisiche (consumatori).

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Diamanti da investimento: consumatori ingannati

Diamanti da investimento: consumatori ingannati

Tramite i due provvedimenti allegati (in un unico file per praticità del lettore) emanati a conclusione di due distinte istruttorie, l’Antitrust Italiana (AGCM: Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato), ha sanzionato le quattro banche richiamate, poiché sono risultate gravemente ingannevoli ed omissive le modalità di offerta dei diamanti da investimento poste in essere per conto della Intermarket Diamond Business – IDB S.p.A. (IDB) e Diamond Private Investment – DPI S.p.A. (DPI).

I profili di scorrettezza riscontrati hanno riguardato le informazioni ingannevoli e omissive diffuse attraverso il sito e il materiale promozionale dalle stesse predisposto in merito: a) al prezzo di vendita dei diamanti, presentato come quotazione di mercato, frutto di una rilevazione oggettiva pubblicata sui principali giornali economici; b) all’andamento del mercato dei diamanti, rappresentato in stabile e costante crescita; c) all’agevole liquidabilità e rivendibilità dei diamanti alle quotazioni indicate e con una tempistica certa; e d) alla qualifica dei professionisti come leader di mercato.

In realtà, alla luce delle risultanze istruttorie è emerso che le quotazioni di mercato erano i prezzi di vendita liberamente determinati dai professionisti in misura ampiamente superiore al costo di acquisto della pietra e ai benchmark internazionali di riferimento (Rapaport e IDEX); l’andamento delle quotazioni era l’andamento del prezzo di vendita delle imprese annualmente e progressivamente aumentato dai venditori; e le prospettive di liquidabilità e rivendibilità erano unicamente legate alla possibilità che il professionista trovasse altri consumatori all’interno del proprio circuito.

L’Autorità ha, inoltre, accertato che gli istituti di credito, principale canale di vendita dei diamanti per entrambe le imprese, utilizzando il materiale informativo predisposto da IDB e DPI, proponevano l’investimento a una specifica fascia della propria clientela interessata all’acquisto dei diamanti come un bene rifugio e a diversificare i propri investimenti.
Secondo l’Autorità il fatto che l’investimento fosse proposto da parte del personale bancario e la presenza del personale bancario agli incontri tra i due professionisti e i clienti, forniva ampia credibilità alle informazioni contenute nel materiale promozionale delle due società, determinando molti consumatori all’acquisto senza effettuare ulteriori accertamenti.

L’Autorità ha, inoltre, accertato la violazione da parte di IDB e DPI dei diritti dei consumatori nei contratti in merito al diritto di recesso e, per IDB, anche al foro competente in caso di controversie.

Le sanzioni irrogate sono state: in un caso, pari complessivamente a 9,35 milioni (2 milioni per IDB; 4 milioni per Unicredit; 3,35 milioni per Banco BPM); nell’altro caso, pari complessivamente a 6 milioni (1 milione per DPI; 3 milioni per Banca Intesa; 2 milioni per MPS).

Nel corso dell’istruttoria sono stati svolti accertamenti ispettivi con l’ausilio del Nucleo Speciale Antitrust della Guardia di Finanza e sono state fornite informazioni utili all’accertamento della pratica da parte della CONSOB.
Hanno partecipato al procedimento le associazioni Altroconsumo, originaria segnalante, Movimento Difesa del Cittadino e Codacons.

Roma, 30 ottobre 2017

(quanto sopra scritto rappresenta una sintesi del comunicato stampa dell’AGCM reperibile all’indirizzo internet: http://www.agcm.it/stampa/comunicati/8980-ps10677-ps10678-diamanti-da-investimento-consumatori-ingannati,-multate-imprese-venditrici-idb-e-dpi-e-banche-unicredit,-intesa,-mps,-bbpm-per-oltre-15-mln.html )

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Swap Euro / Franco Svizzero

Swap Euro / Franco Svizzero

Il Tribunale di Udine è tornato sulla questione dibattutissima dei mutui/leasing indicizzati al franco svizzero.

Ciò che è nuovo, rispetto all’orientamento già fatto proprio dall’Ufficio con la sentenza n° 711/ 2015 R.Sent., sta nel fatto che, la motivazione adottata in questo caso (e, pare, si tratta della prima volta in Italia) parla espressamente di “derivato incorporato” nel contratto di leasing (o, in altre circostanze, di mutuo), con riferimento ai principi contabili internazionali (IAS) e, soprattutto, alla normativa civilistica, che prevede, per l’appunto, i “contratti derivati incorporati”, cioè l’art. 2426 comma 11 -bis c.c., entrato in vigore il 1.1.2016.

Si tratta di una presa di posizione apertamente contrastante con la decisione già adottata dal Tribunale di Milano in proposito, tramite l’ordinanza 16 novembre 2015, in una controversia radicata dall’Associazione di consumatori Altroconsumo.

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